TERRAVECCHIA ………..un abitato rinascimentale abbandonato

giarratana-terravecchia-castello
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L’abitato tardo-rinascimentale di Giarratana, oggi denominato Terravecchia, è una delle poche città degli iblei distrutte ed abbandonate dopo il terremoto del 1693 ad essere oggi, sistematicamente frutto di studi e saggi.

Dopo le prime ricerche e ricognizioni sul castello, dal 2001 sono in corso scavi ad opera di una équipe di archeologi francesi dell’università “Giulio Verne” della Picardia, capitanati dll’archeologo Philippe Racinet, in collaborazione con la Soprintendenza di Ragusa e più recentemente con il Parco di Camarina.

planimetria terravecchia
Planimetria del sito “Terravecchia”

Sono stati individuati alcuni poli strutturali: il castello, la chiesa e poi anche le vie di alloggio urbane e i quartieri con le case.

L’abitato antico si estende su due promontori.

Il più grande a nord è caratterizzato da un plateau di forma ovale su cui è stato costruito il castello, con i fianchi alquanto scoscesi e in parte terrazzati.

Il secondo promontorio , più piccolo e più basso altimetricamente, è densamente occupato da edifici privati.

Un altro quartiere di abitazioni è quello che si estende attorno alla chiesa di San Bartolomeo.

ricostruzione urbanistica terravecchia
Ipotesi di ricostruzione urbanistica elaborata a seguito dei dati raccolti dagli archeologi francesi

La superficie totale occupata del sito è di circa mq 4000; un’area residenziale attorno al castello è delimitata da un quadrilatero chiuso esteso circa mq 1000.

Una prima lettura della topografia urbana ha evidenziato due strade principali: una sul versante sud-ovest e l’altra su quello opposto con diverticoli minori (verso il quartiere nord e in direzione della chiesa di San Bartolomeo).

Queste strade erano caratterizzate da una pavimentazione con rampe gradinate.

Le abitazioni erano costruite in isolati sostenute da terrazze con strade concentriche.

L’area del castello sulla sommità del promontorio più alto, nell’angolo nord-est, è delimitata da un muro di fortificazione con tre torri lungo il perimetro.

Una grande torre cilindrica su un basamento si doveva elevare sul quartiere aristocratico, nell’angolo sud-ovest.

Nel 2006 è stata scavata una casa del quartiere sud. Un edificio di forma rettangolare di mt. 7X5,80 era formato da due soli ambienti: una cucina e un vano con un deposito e per la ceramica rinvenuta nei pavimenti, la casa può datarsi al XVII secolo.

Le ricerche condotte nell’ultimo decennio hanno portato alla luce numerosi frammenti appartenenti a ceramiche d’uso del periodo che precedette il grande terremoto del 1693.

Si tratta di manufatti frammentari o parzialmente ricomposti, che rimasero sotto le macerie e non furono recuperati dai sopravvissuti al terremoto.

Tra i reperti rinvenuti il più antico pare essere un frammento di ansa a ricciolo appartenente ad una lucerna del tipo a serbatoio cilindrico e canale aperto, pertinente alla prima metà dell’XI secolo; sembra aprire uno spiraglio sull’abitato della fine dell’età islamica o della prima età normanna a Terravecchia e costituisce al momento l’unico dato certo per questo periodo.

Tra gli altri manufatti si distinguono protomaioliche tarde pertinenti alla fine del ‘300 e ai primi decenni del ‘400, maioliche decorate in blu e verde della fine del ‘400 o decorate in blu riferibili alcune al ‘500 e altre al ‘600.

Alcuni frammenti di maioliche a lustro di produzione spagnola pertinenti al ‘400, di marmorizzate pisane e di maioliche berettine di produzione ligure relative al ‘600, completano il panorama documentando le importazioni.

Pochi frammenti di mattonelle pavimentali in maiolica decorata in blu, attribuibili alla fine del ‘500, provengono da un edificio religioso.

Gli esemplari ceramici meglio conservati provengono da un edificio scavato nel 2006.

Un’abitazione privata, situata nella parte inferiore del promontorio del castello, che potrebbe documentare l’espansione urbana fuori le mura della collina del castello successiva al terremoto del 1542.

L’abitazione occupava un’area di mt. 7X5,80 ed era costituita da due ambienti: il primo aperto sulla strada, il secondo arretrato e privo di luce, oltre ad un ipotetico piano superiore.

Il piano terra era destinato alla cucina ed al soggiorno, il piano superiore alle camere da letto.

Al piano terra, nell’ambiente più arretrato, sono stati individuati i resti del focolare e alcune pentole utilizzate per cuocere le pietanze; nella stanza che prospetta sulla strada, nell’area est è stata ritrovata, invece, una sorta di dispensa – ripostiglio con gran parte dei vasi destinati a conservare le materie prime o a presentare le pietanze a tavola.

Le ceramiche ritrovate costituiscono un esempio del corredo di vasellame di un’abitazione privata; includono ceramiche da fuoco, da dispensa e da mensa di produzione siciliana e d’importazione.

Le ceramiche da fuoco sono costituite da grandi pentole invetriate all’interno ed all’esterno, caratterizzate da breve collo cilindrico su parete globulare e munite di quattro anse a nastro.

Per le caratteristiche del fondo, non poggiavano su un piano di cottura ma dovevano restare sospese sul focolare con una catena o poggiando, con la parte esterna del fondo, su pietre disposte a delimitare la cavità in cui bruciava la legna, secondo un sistema in uso fino agli anni ’50 dello scorso secolo.

Queste pentole, di dimensioni medio grandi, forniscono informazioni preziose sulla dieta degli abitanti, a base di verdure lesse, minestroni, legumi o carni in brodo.

E’ probabile che le carni fossero cotte anche allo spiedo, il fatto che finora non sono stati ritrovati gli spiedi in ferro si spiega con il recupero ed il riutilizzo dei metalli praticato fino a tempi recenti.

Quanto al tipo di animali consumati, i resti ossei animali ritrovati suggeriscono il consumo di carni di ovini e caprini, oltre che di bovini.

Tra le ceramiche da dispensa si segnalano grandi anfore con orlo a fascia pendente e parete ovoidale su fondo piano, del tipo già noto da contesti seicenteschi di Gela.

Una grande giara, ritrovata interrata in un angolo della casa, si caratterizza per la superficie fortemente schiarita e una decorazione a linee impresse a pettine con aggiunte di motivi plastici applicati sulla parete.

Per le caratteristiche del corpo ceramico sembra fosse destinata a contenere liquidi che dovevano mantenersi freschi.

Alcune brocchette, decorate con applicazioni plastiche, presentano superficie fortemente schiarita come la giara.

Si tratta di un tipo di ceramiche in uso tra il ‘500 ed il ‘600, che imitavano recipienti metallici di maggior pregio ed avevano una grande varietà di forme.

Sono già note da altri centri siciliani della Sicilia meridionale da Siracusa a Enna, a Gela, a Licata (in quest’ultimo centro è stata trovata anche una fornace che produceva ceramiche a superficie fortemente schiarita).

Tra le ceramiche invetriate sono attestate alcune brocchette molto piccole ricoperte da invetriatura piombifera di colore giallo, forse destinate a portare in tavola olio, ma il maggior numero di esemplari è rappresentato da maioliche bianche monocrome e decorate.

Le maioliche bianche includono scodelle con orto estroflesso su cavo profondo e boccali con orlo arrotondato, largo collo cilindrico e parete globulare schiacciata su piede a disco.

Ricordano gli esemplari ritrovati anche a Gela, Catania, Siracusa, Vittoria, Pozzallo e Modica in contesti seicenteschi e sembrano perdurare fino ai primi decenni del ‘700.

Le maioliche decorate hanno forme aperte simili a quelle delle monocrome ma decorate sull’orlo e nel cavo con medaglione centrale occupato da un fiore a più petali.

Le forme chiuse, costituite da boccali con bocca trilobata su collo cilindrico e parete globulare su piede a disco, sono ornate con medaglione frontale occupato da soggetti floreali semplificati in blu e giallo o blu-azzurro del tipo noto da Caltagirone.

Non mancano alcuni esemplari di maioliche importate.

Si tratta di piatti fondi a larga tesa, decorati solo nel cavo con motivi policromi, probabilmente di produzione campana e piatti ricoperti da smalto azzurro e decorati in blu, del tipo noto come maioliche berettine di produzione ligure.

Questo tipo di ceramiche, che circolavano un po’ su tutta l’Isola, documentano indirettamente i traffici commerciali della città e dell’intera Sicilia con le aree ligure e toscana oltre che con l’Italia meridionale.

All’interno della casa sono stati ritrovati anche una lucerna metallica che doveva illuminare gli ambienti ed un falcetto forse appartenente al padrone di casa; si tratta di oggetti che difficilmente si trovano in quanto i metalli in genere venivano recuperati per essere fusi.

Nel complesso, pare evidente che Giarratana, nel ‘600 è un centro agricolo pastorale che dispone di ricchi pascoli dove si allevano prevalentemente ovini e caprini anche se non sembrano mancare bovini destinati tutti a produrre latte, carne, lana e cuoio.

La cittadina dispone di terreni coltivati con buona probabilità a cereali (grano e orzo) che venivano esportati e consentivano attività e scambi commerciali anche con centri al di fuori della Sicilia.

Da “Ricerche storiche su Giarratana” di A.Dell’Agli (Stamp nel 1886)
….. Antonio Dell’Agli nel LIBRO PRIMO, PARTE PRIMA,
alla voce “Topografia dell’abitato” descriveva così L’antica Giarratana:
A quattro chilometri circa verso N.E. dell’attuale abitato, e sul pendio meridionale di un monte che termina a due coni disuguali con 792 metri d’altezza sul livello del mare, appoggiato dalla parte nordica della preziosa pianura del monte Lauro, stava posto il secondo Giarratana. A prima vista scorgevasi l’edificio baronale, detto a tarri, dove (secondo la tradizione)era una specula, col comignolo tanto alto che venia indorato dal sole, mentre ancora tutto l’abitato stava coperto dall’ombra notturna. Venian secondi il campanile di San Giovanni imminente a detta torre, quelle delle altre chiede e l’orologio comunale posto sopra la casa dell’Università. Scarsi eran i fabbricati distinti, assai e modestissimi i tuguri anguste le vie tortuose: Ma quasi a mitigar la gelosia del poverello costretto a mirar la disuguaglianza civile ed economica, gli abitanti tutti vi respiravan aria balsamica, ed ottimo elemento di vita ricavavan dalle prossime sorgenti: è tuttora celebre per la qualità ancora il fonte inteso volgarmente u ruggiutieddu ra Mannina,e nei documenti Mandina. Non si sa poi quanto diletto avessero ricavato, aguzzando la pupilla pell’infinito orizzonte del vasto panorama offerto ad O. dai pressi del territorio di Monterosso e Chiaramonte, a S. da gran parte di quello delle due Raguse, di quello di Modica, della marina di Pozzallo, e Pachino, e da una parte ancora del ricco territorio di Noto. A compimento della incantevole scena stava finalmente il mar Tirreno in fondo…….. L’abitato era diviso in molti rioni coi nomi seguenti: il cozzo dei disi, il cozzo della Campana, del Burgo, limitrofe alla neviera della Grazia, tuttora esistente del Banditore o Iuntittu, del Giardino, della Mandina, presso la chiesa di S.Francesco d’Assisi, della Porta del Leone, della Pusterna, attiguo a quello di Sant’Antonio ed altri ancora assumevano i nomi delle vicine chiese. Da “Ricerche storiche su Giarratana” di A.Dell’Agli (Stamp nel 1886)

COMUNE DI GIARRATANA – Ufficio Turismo

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